Racconti illustrati post apocalittico distopia scifi

iteR #04

Racconto di Laura Lalune Décroche

Dannati i giovani, che non vogliono ascoltare le parole di un vecchio, che credono di poter cambiare le cose, o di volerle cambiare. Ascoltate cos’ha da dirvi il vecchio Fëdor, voi che andate a fare i maledetti in quei sudici scantinati. Troppo vicini alla superficie, gli scantinati, così vicini che qualcuno potrebbe rilevarli, e a quel punto: addio libertà! I vecchi sarebbero obbligati e ritirarsi. Io e la mia Elsa… e i giovani, che dico i neonati, obbligati a registrarsi e mettere quegli aggeggi. Canne d’organo. Sarebbero solo canne d’organo che seguono uno spartito. Due più due quattro, tutto lì.

E a quale scopo? Droghe e traffici inconcludenti, e questa pazzia degli scambi commerciali con quelli delle bolle.

Chi sarebbero poi questi individui che si procurano la merce? Per approvvigionarsi è necessario avere un’identità, là sopra. Ci chiamano talpe perché viviamo nel sottosuolo, per tutti gli spiriti, non perché siamo spie!

Gli scambi, come ragione comanda, si fanno tra noi, e solo occasionalmente con quei vagabondi là fuori a cuocersi. Un po’ primitivi, ma coraggiosi, riescono a trovare perle rare. La maggior parte dei miei tesori è arrivata qui per mano di un errante, una donna. Aveva un fascino particolare quella donna, la ricordo bene. È stato prima della mia Elsa ovviamente.

Ma non importa: i giovani non ascolteranno.

Dov’è la mia dose “Elsa, sai dove ho messo la D?”

Lo scaffale in bagno, giusto. Anche la D, alla fine, è una droga, siamo d’accordo. Serve a sopravvivere, la sintetizziamo da generazioni, altrimenti non ci sarebbe nessuno sano di mente. Non è paragonabile a quelle porcherie, quelle pasticche a forma di bottone.

Le visioni! Che visioni vuoi avere quando ci sono i libri. Quelli là sopra neanche sanno cosa sono, cosa vuol dire davvero leggere. Sanno solo guardare, anzi sanno girare la testa, ecco tutto. Sono gente buona a girar la testa, e nemmeno dove vogliono loro.

Lo so perché cinquant’anni fa ero anche io un dannato come i giovani di oggi. Ci sono andato anch’io su agli scantinati, ho perfino messo il naso fuori. E quello che ho visto mi ha dato il vomito.

E ho preso quelle pasticche. È stata mia l’idea del bottone. È una forma che ci appartiene e ci distingue, che in superficie si trova tanto spesso quanto qui un raggio di sole. I bottoni veri: quelli sono moneta. I bottoni finti sono per gli scantinati.

Ai tempi miei ci drogavamo in maniera sana, una cosa modesta. Serviva per ricordarsi meglio le letture, per ascoltare concentrati e per scrivere cose che venivano dal profondo. Anche gli antichi avevano le loro droghe, a volte li rendevano più simpatici, altre volte andava un po’ peggio… un mondo dove era facile sbagliare, quello antico, come sbagliamo noi, ma di libri se ne scrivevano e venivano create pitture meravigliose, come su questo soffitto, di un’armonia e una grazia, o di una potenza che quelli sopra non sanno nemmeno dove stanno di casa.

Adesso è tutto cambiato, non c’è moderazione: un cocktail di pasticche e un distillato di carapace di mollusco o quel che è, fumano anche le code di ratto e stanno lì accatastati ad aggeggiare con saldatori e resistenze. Fanno le costruzioni con quegli avanzi che chissà da dove arrivano.

Vorrebbero i miei libri, quelli di elettronica e di telecomunicazione. Non sono così corruttibile io, un bibliotecario deve sapere a chi sta passando la conoscenza, e i libri di comunicazione sono oggetti delicati, e pericolosi. Devono aspettare che Fëdor venga dato ai batteri.

Se mi minacciassero, neanche allora passerei libri del genere a ragazzini impreparati come loro. Prima di averli devono studiarsi la storia, per bene. Li interrogo prima di dar loro un libro. Le cose vanno maturate, uno non ci può arrivare così, a caso. Sarebbe come mettere l’interruttore di una bomba in mano a un neonato. Quello ci preme senza sapere cosa succede dall’altra parte. Bisogna maturare la consapevolezza di certi strumenti, di cosa comportano e di che effetto avranno a catena. A un’azione corrisponde una reazione, un po’ come il principio di archimede solo che l’effetto dell’azione può avere un’energia milioni di volte superiore a quella impiegata.
Devono imparare a capire cosa volere, a capire se le conseguenze di quello che vogliono saranno desiderate.

Se una volta studiata la storia vorranno i libri di elettronica, allora e non prima se ne potrà parlare.

iteR

 Vagabondi in una terra devastata, ingnari lavoratori-pedine in città blindate dalla realtà aumentata, avanzi di umanità che popolano il sottosuolo. Chi tra loro uscirà per primo dal gruppo cambiando le sorti di questo mondo post-apocalittico?

Illustrazioni di Diego Gabriele
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