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iteR #01

Un cielo azzurro mai visto, impossibile. Qualche nuvola soffice. L’orizzonte piatto di una steppa. Una pianura deserta tagliata a metà dalla traccia di un veicolo. È simile al mio. Tipo il nonno, anzi il bisnonno del mio carrozzone.


Un cartellone in condizioni eccellenti. All’ombra, al riparo da vento e pioggia. Il simbolo del clan è dipinto in un angolo. Un tratto e due punti. Vernice rossa o forse sangue di qualcosa. Spero sia sangue di avvoltoio. Quello che mi ha rubato il serpente essiccato, magari. Potevo camparci un paio di giorni come una principessa, con quel serpente. Con tutte le cose scomparse, proprio gli avvoltoi dovevano rimanere. Speriamo che uno sia finito spalmato su quel cartellone.


È raro trovare un simbolo su una superficie così. Vulnerabile. Un po’ di sole di troppo, e scolorisce fino a essere indistinguibile. Un incendio spontaneo, e sparisce tutto. Meglio affidarsi a una roccia, una che non possa essere spostata. Come ci rimarresti se arrivato qui non vedessi la strada segnata dal clan. Male. Niente assemblea. Niente scambi. Niente rifornimenti, niente notizie.


Di questo passo dovrei arrivare in un paio di giorni. Ognuno di quei libri nella cassa mi frutterà carne secca. La merce rara, anche quella mi frutterà carne secca, e forse troverò qualche matto che vende gallette. Rame, componenti elettrici. C’è gente che si ammazza per quella roba. Io non ci tengo.


Ma che cazzo c’è adesso. Là, quello schifo sulla strada.


Vediamo.


Un gatto, morto. No, aspetta, respira. È una gatta, piuttosto grossa, maculata come un serpente. Non la vedresti sulla terra sassosa, se non fosse per la pozza di sangue. Le carogne non le mangio, ma questa è ancora viva, ed è spacciata. Ciao gatta, mi spiace per il casino, qualcuno ti ha macinata, ora col mio coltello farò in modo che sia tutto finito. E ti ringrazio.


Ma cosa? La pancia si muove in modo strano, qualcosa di rosso e viscido. Una piccola. Tale e quale alla madre, solo un po’ più chiara. Si avvicina ai miei stivali e comincia a ciucciare il risvolto di pelliccia, muovendo le zampe anteriori. Ha l’energia di un escavatore.


“Ehi. Vacci piano, non ho altri stivali” Continua a ciucciare, ma cosa.


“Piccola mi spiace, non posso darti questi, nemmeno in cambio di tua madre”. Ma che cazzo. Mi mangio sua madre e la lascio qui. Guarda quel nasetto. Com’è buffa. Rido. Non rido da settimane. È piacevole.


“Piccola staccati” la devo strappare via. Mi guarda con gli occhi arancio “Sei così piccola, sei una formica”.


Mi guarda ancora con gli occhi arancio, impassibile. La pelliccia si accumula sul collo mentre l’afferro. Sembra che le zampe le partano direttamente dalla testa. “Saprai cacciare qualche topo, formica?


Alla fine, un po’ d’acqua posso dartela.” occhi aracioni.


Sul carrozzone ho il posacenere, vediamo. Ci verso un po’ d’acqua.


Beve.


“Comunque non puoi andare in giro conciata così, attireresti un branco di iene. Ho un cencio, aspetta.”


“No, non è per giocare” lo inzuppo nell’acqua che è rimasta, un goccio. “Una bella strofinata. Così, meglio”.


La carico sul carrozzone “Vado a finire con tua mamma”.

Mamma gatta sembra già morta. Un respiro. Due. Cosa ci faccio con lei? Carne per un pasto, forse. Se secco la carne, qualcosa in più. Ripulirla sarà impegnativo.

Ha smesso di respirare, prendo il coltello. Una costola alla volta, così riesco a scalzarla via. Non si stacca facilmente. Potrei scavare una fossetta per non lasciarla agli avvoltoi, la troverebbero solo i cani, le iene. Gli avvaltoi non scavano. Schifosi avvoltoi col becco costantemente aperto. Come un cane che ha caldo. Demoni. Se dovessi immaginare un demone, sarebbe un avvoltoio… che mangia un gatto. E che viene mangiato da un demone più grande di lui. E io mangerei chi l’ha mangiato.


Salgo sul carrozzone. Formica è seduta a terra, vicino al cambio. Prima c’era un altro sedile. Meglio così: più spazio per dormire e per i reperti.


“Allora, formica. Queste casse non sono roba per te”


“…” occhi arancioni.


“Non toccare il rame e i cavi elettrici. Ti sto impartendo una lezione” struscia il muso sul mio indice “non volevo farti una coccola”


“Giù adesso. Non posso guidare con un gatto sulla pancia”


“Purr”


“No, nemmeno con un gatto sul collo. Andiamo.”




Racconto di Laura Lalune Décroche

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 Vagabondi in una terra devastata, ingnari lavoratori-pedine in città blindate dalla realtà aumentata, avanzi di umanità che popolano il sottosuolo. Chi tra loro uscirà per primo dal gruppo cambiando le sorti di questo mondo post-apocalittico?

Illustrazioni di Diego Gabriele
Racconti di L. L. Décroche su Medium